#2winestorming - Un inedito racconto del grande vino artigianale italiano

Intervista a Giorgio Melandri

Giorgio, come hai vissuto quest’ultimo anno e cosa porterai via nel tuo bagaglio di vita professionale di questo periodo?

Credo che sia stato un periodo duro che però ci ha aiutato a capire che c’erano troppe cose superflue nella nostra vita. Credo che ci porteremo dietro una maggiore sobrietà, è l’eredità positiva della pandemia. Quella negativa è che ci siamo un po’ chiusi.

Quali canali di comunicazione e quali stili narrativi sono per te più adatti a veicolare le nicchie produttive della nostra enologia?

Preferirei parlare di vini artigianali, piccole tirature, vini-racconto come dico io, l’idea della nicchia richiama sempre una chiusura. Credo che esista un bellissimo fenomeno di esperienze nuove, spesso in territori inediti e credo che questo movimento rappresenti “l’aria fresca” del vino italiano. Sono storie di vita spesso con vini che testimoniano scelte coraggiose, coerenti, originali. Lo stile narrativo è quello del racconto vero, della condivisione di un quotidiano che passa per campi e boschi, tavole di casa e camini, per cantine semplici e scarpe sempre piene di terra. Un racconto che le agenzie non riescono a fare, troppo occupate a scrivere testi tutti uguali e tutti pieni di troppa enfasi. Diciamo che lo stile è quello del reportage, lo dico anche ridendo. Cito un caso su tutti: il BIOSELVATICO, l’esperienza dell’amico Filippo Volpi, una delle persone più vere e competenti del vino italiano. Il suo vino è credibile perché la sua è davvero una vita dedicata alla cucina e al vino. 24 ore al giorno di pensieri ininterrotti per cinquant’anni di fila. Un racconto imbattibile, non è roba che si può inventare alla scrivania.

Su quali aspetti e tematiche dovrebbero concentrarsi nel futuro gli enti di promozione del territorio?

Dovrebbero far coincidere i vini e i discorsi, si parla tanto di territorio, ma il territorio nei vini spesso non c’è. I contenuti saranno il centro del racconto del vino, ma devono essere allineati ai fatti. La vita di chi produce vino deve essere essa stessa un racconto, la gente cerca il territorio anche in uno stile di vita. Senza coerenza cosa siamo!? Delle volte penso che la maggior parte di chi produce e vende vino non lo beva nel quotidiano. Non hanno confidenza con il vino perché non fa davvero parte della loro vita.

Se dovessi aiutare una piccola cantina romagnola a trovare la propria strada, da che punto partirebbe la tua consulenza?

Dall’idea che non si deve per forza piacere a tutti, in fondo è il vantaggio di essere piccoli. Così arriverebbero libertà e coraggio. E mercato, secondo me.

Sappiamo che simpatizzi per il sughero. Trovi che le sue qualità siano adeguatamente comunicate?

Si parla più dei difetti del sughero che delle sue qualità. Il tappo di sughero è un compagno del vino, stanno insieme anni e si influenzano. A me interessa indagare questo rapporto, per esempio capire se un sughero può aiutare il carattere di un vino, ad esempio attraverso i tannini che gli cede, e come può aiutarlo ad evolvere. È una comunicazione positiva, voi sapete che amo il sughero sardo e ne abbiamo parlato a lungo. Il tappo è come un vestito, deve essere senza macchie certo, ma deve anche aiutare a esprimere la sua personalità. Sarebbe bello lavorare di più sulla correlazione tra origine e carattere, su questo siamo molto indietro.

(Bio) Giorgio Melandri

Vive a Faenza e nella vita si è da sempre occupato della narrazione del vino italiano. Schietto, acuto e dai modi gentili. Con la sua penna Giorgio ha collaborato a lungo con Luigi Veronelli, Slow Food e Gambero Rosso ed è stato il curatore di Enologica, la più grande manifestazione enogastronomica dell’Emilia-Romagna.

Fortemente convinto che il successo di ogni vino passi dalla valorizzazione del suo territorio oggi si dedica alla produzione di Mutiliana, pura espressione della Romagna appenninica e del Sangiovese.